Herbert Kappler e il lu(m)e della sifilide. - nicolaancora.it

Herbert Kappler e il lu(m)e della sifilide.

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Di Nicola Ancora,

Non è difficile immaginare e supporre che, per tutte quelle donne tristemente violentate dai nazisti durante le loro occupazioni, molti di essi avessero contratto malattie infettive degenerative; più comunemente note come AIDS, HIV.

Degni di morte, non erano solo gli ostaggi fatti dai nazisti, ma anche tutte quelle persone che nascevano con menomazioni, malattie ereditarie. Per sensibilizzare il folle programma di eugenetica, il partito nazista affiggeva lungo le strade manifesti ove risaltavano in primo piano le migliaia di reichsmarks che una persona con problemi mentali e fisici sarebbe costata alla nazione.

Si stima che tra il 1933 e il 1939 vennero sterilizzate forzatamente dalle 200 mila alle 350 mila persone. Alcuni di essi, bambini e, successivamente, anche adolescenti, venivano ammazzati con cocktail di farmaci; alle famiglie, inizialmente all’oscuro di tutto, si davano certificati di morte naturale. I medici avevano il dovere di comunicare quante persone nascevano con malattie degenerative o non curabili.

Nel 1939 venne ufficializzato il programma Aktion T4; dal nome della strada Tiergartenstrassen n.4 (sede dell’ente pubblico per la salute) con il quale si procedeva all’uccisione e sterilizzazione di tutte quelle persone che per il partito nazista non aiutavano a fare della Germania un grande Reich.

Bastava anche essere infetti da sifilide per rientrare tra i toteskandidaten (candidati alla morte).

Herbert Kappler, il quale di ideologia nazista era intriso talmente tanto da essere stato anche un formatore delle SS, nonché comandante SD nella città di Roma, per un periodo di tempo sospettava di essere positivo alla sifilide.

Lui, un uomo dalla cura maniacale per i capelli, per la pelle (nei pacchi che gli arrivavano in carcere c’erano anche creme) e per lo sport (sette chilometri ogni mattina sul terrazzo dell’ora d’aria) non poteva essere affetto da quella stessa malattia che condannava, per una legge infima, molti bambini e ragazzi a finire nelle camere a gas.

Circondato da ogni lusso; una visita medica non era certo un qualcosa di proibitivo per un “tenente colonnello delle SS”. Di seguito il passo estratto da una sua lettera, inviata il 13 maggio 1950, ove informa la sua consorte di aver temuto non solo per lui, quanto anche per lei.

Se l’esito degli esami fatta con il prof. Vattuone avesse dato esito positivo, si sarebbe sentito “in colpa”:

“[…] or ora vengo dal medico che mi ha fatto vedere l’esito negativo della Wassermann. Non è, cara, che non mi sia più sentito il tuo uomo dopo quella strana conversazione con il Prof. Vattuone, che chiaramente mi parlò di una lue [dal lat. lues, contagio] terziaria cosiddetta ignorata.”

E ancora:

“Come avrei potuto osare di darti soltanto un tenero bacetto, amore,- che sarebbe stato di te e di me ?”

 

Nell’immagine in evidenza: Herbert Kappler nel 1947, durante il suo primo periodo di prigionia.

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