EVOLUZIONE SEMANTICA DI UN VERNACOLO CAMPANO: ‘NCIARMO. - nicolaancora.it

EVOLUZIONE SEMANTICA DI UN VERNACOLO CAMPANO: ‘NCIARMO.

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Tempo di lettura 7 minuti

Di Nicola Ancora

Italiano e dialetto; due medaglie della stessa moneta. L’italiano, più innovatore; il dialetto, più conservatore; soprattutto se parliamo di quello napoletano.

Diversi vernacoli usati oggigiorno nelle zone più remote della Campania trasudano ancora di “classico”; di lingua latina. È il caso della parola dialettale dell’Alta Campania (ex terra di Lavoro); ‘nciarmo.

L’alto casertano (provincia di Caserta) vive in gran parte di agricoltura, di paesi e di case sparse per le terre felices. Ed è proprio da questo mondo, contadino, che bisogna partire. Di seguito tratterò della semantica del termine, facendo riferimento, sì, alla trattazione scientifica, ma non tralasciando quella folkloristica.

Capitava che le nonne, della mia generazione (classe 1994), si improvvisassero dottoresse in medicina, senza studi, ma, semplicemente, prendendo lezioni dai propri parenti o da qualche donna “rispettata” in paese, per praticare arti magiche. Bastava recitare una formula orale, accompagnata da determinati gesti, per alleviare il mal di mola, per risvegliare un piede addormentato, per un dolore reumatico, ma anche come antidoto al morso di un rettile. 

Queste formule magiche campane, con le quali si praticava la magia terapeutica, erano gli ‘nciarmi. Ho trovato molto interessante un saggio scritto da uno studioso di tradizioni locali, il cui nome era Nicola Borrelli. A lui va il merito di aver posto per primo il problema dell’etimologia del verbo ‘nciarmare

Si deve fare un salto indietro negli anni, di tantissimi secoli e risalire alle XII Tavole e/o ai trattati di Catone. La legge delle XII Tavole non ci è pervenuta direttamente, ma alcuni frammenti ci sono giunti per via indiretta; quindi, a mo’ di citazioni e rimandi fatti da autori a questa legge, promulgata tra il 451-450 a.C. 

Quasi tutti che la citano fanno riferimento al malum carmen utile ad excantare. Analizziamo insieme le parole latine. Malum sta per “cattivo, malevole”. Excantare è un composto di ex (che indica sempre,in latino,un allontanamento) più cantare; canto è verbo intensivo di cano (canto). Carmen, anche, ha a che fare con canto. S’intende, con questo, in latino arcaico ogni forma di canto, poesia, pronunciata in forma orale; è fatto derivare da cano (canto) ipotizzando una formazione can-men.

Per questi mala carmina (canti, poesie) molti contadini, nell’Antichità, furono accusati di aver trasportato illecitamente messi dal terreno confinante; non era raro incorrere in questi processi (come non ricordare il famoso processo a Cresimo; liberto, fu accusato di aver trasportato con canti magici, incantesimi, delle messi dal campo di un edile curule. Dimostrò, portando alcuni attrezzi inaspettati, che non si trattava di magia, ma solo di dura fatica con la quale ottenne ottimi risultati).

I carmina non erano tutti malvagi, non parliamo quindi sempre di furti, ma anche volti a scopi benefici. Un esempio poteva esserlo il carmen lustrale; poesia recitata in forma orale, nel mese di maggio, che augurava un buon raccolto, al proprietario terriero. Come non dimenticare, poi, il carmen terapeutico, citato da Catone, contro le lussazioni. 

Questi, oltre ad essere contro la medicina greca, era, come tutti i romani, molto superstizioso. Nel trattato del 161 a.C, De agri cultura, dà indicazioni al padre famiglia sul come rimediare ad una lussazione, facciamo caso, di un piede; per funzionare, l’incantesimo (recitato con un carmen) deve servirsi non solo dell’oralità, ma anche di gesti od oggetti che sostituiscano l’arto da guarire; nel caso seguente è un arbusto: 

“Luxum ut excantes Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet. harundinem prende tibi uiridem p. IIII aut quinque longam, mediam diffinde, et duo homines teneant ad coxendices. incipe cantare ‘moetas uaeta daries dardaries asiadarides una 5 petes’ usque dum coeant. ferrum insuper iactato. ubi coierint et altera alteram tetigerint, id manu prehende et dextera sinistra praecide; ad luxum aut ad fracturam alliga: sanum fiet. et tamen cotidie cantato ‘huat hauat huat ista pista sista damnabo damna vestra.”

“Per rimuovere le lussazioni con l’incanto. Se c’è una qualche lussazione, con questo incantesimo diverrà sana: prenditi una canna verde lunga 4 o 5 piedi, dividila a metà per lunghezza e due uomini tengano [le due parti] presso le anche; inizia a recitare l’incantesimo [seguente]: ‘moetas vaeta daries dardaries una petes’ fino a che non si riattaccano. Buttaci sopra un ferro. Appena si sono riattaccate e toccate l’una con l’altra, prendi il tutto (lett. ‘ciò’) in mano e taglia [la canna] a destra e sinistra; lega il tutto alla lussazione o alla frattura: guarirà. Tuttavia tu ogni giorno canta: ‘huat, huat, huat ista pista sista i vostri danni danneggerò’”. (traduzione di Andrea Guasparri)

Siamo dinanzi a quella che Frazer definirebbe magia simpatica.

Torniamo al nostro ‘nciarmo. 

Questo è visto come vernacolo corrotto, nel tempo, dal latino carmen. Sicuramente gli ‘nciarmi campani non sono mai scritti, ma usati e trasmessi in forma orale. Ora è da stabilire da quale carmen sia stato corrotto; dal benefico o dal malevolo (malum carmen). Dando uno sguardo al saggio del già citato Borrelli, emergono una serie di trascrizioni di nciarmi, che hanno a che fare con pratiche già viste in Catone; terapeutiche. Personalmente ricordo di aver assistito, non molti anni addietro, a queste pratiche curative, che avevano, spesso, esiti positivi; come il far cadere un molare quando questo doleva molto. Era semplice; la donna che ‘nciarmava toccava, con il dito, la mandibola sussurrando parole incomprensibili, almeno ai profani!

Cercai, invano, di farmi dire quale fosse la formula pronunciata; mi fu detto che poteva essere rivelata solo il 24 dicembre. Non mi andava, certo, di aspettare.

Dopo anni, ho scoperto la trascrizione; qui ne darò degli esempi. Per far fermare un’emorragia si usava (si usa?) il seguente nciarmo:

“Fermate sangue, comme se fermaie u sciummu. Giordano a u’ battesimo e Cristo.”

Oppure; per il mal di denti:

“Sant’Antuono ieva pe mare, Gesù Cristo lo ncuntraie:

Dove vai uomo dolente?

Mi fa male questo dente.”

Si noti come il riferimento è sempre alla religione. Le ‘nciarmatrici (donne che praticano gli ‘nciarmi) dal popolo campano non sono viste come maghe o come fattucchiere (magia nera), ma semplicemente come persone esperte e molto tradizionali.

Nel tempo, però, lo ‘nciarmo ha ampliato la propria semantica. Se nel ‘900 era di gran lunga usato come pratiche mediche; nel 2000, la parola, seppur rimanendo nel dialetto, ha assunto altri significati. È comune ad oggi, 2020, udire il vernacolo durante una chiacchiera nei locali pubblici o per strada. Si è passato dalla segretezza e tabuizzazione di ‘nciarmo nel Novecento, ad un uso pubblico, oggigiorno; anno 2020 d.C. 

Se prima aveva a che fare qualcosa con la magia, buona; oggi ha a che fare con qualcosa di non buono, di sospettoso. Capita che una persona da sempre intollerante verso i libri superi il test a medicina; un ragazzo non benestante nel giro di pochi mesi diventa ricco. Insomma situazioni che si invertono in poco tempo e che hanno a che fare con persone da cui non ce lo si aspettava. 

Come avranno fatto ad avere questi ottimi risultati se non hanno mai studiato o lavorato? La risposta, che vi daranno, sarà sicuramente: “qualche ‘nciarmo” o la variante “chissà che ha ‘nciarmat”.

Da canto terapeutico, quel che era il carmen di Catone, si passa all’imbroglio; nel Terzo Millennio. ‘Nciarmare diventa, quindi, sinonimo di imbroglio o risultato ottenuto in modi non chiari, occulti, nascosti.

Ricorda tanto il verbo di prima, excantare; usato sempre quando si aveva a che fare con una ricchezza inaspettata o improvvisa, o semplicemente non visibile agli occhi il metodo (soprattutto nel campo dell’agricoltura). 

Non solo brogli, ma anche creazione. Un uomo si avvicina alla propria moglie, mentre è tutta occupata in cucina, e le fa: Cosa stai ‘nciarmando?

Qui, il termine dialettale, è usato come sinonimo di cucinare; inteso più nell’accezione di creare che in quella consuetudinaria del cucinare. Si usa ‘nciarmare, quindi, anche come sostituto di creare e/o tentare nel creare qualcosa.

Se prima ‘nciarmo era usato prevalentemente in ambienti privati, in ambito che diremmo magico/terapeutico e da donne anziane o iniziate a queste pratiche; ora, è usato, anche, in ambienti pubblici, in ambiti non solo magici, ma anche creativi e da un pubblico giovanile.

I tre significati non si sovrappongono, ma vengono usati in diverse situazioni. Il motivo per il quale si è passati da un opposto ad un altro, hic et nunc, è quasi impossibile determinarlo; ma si può pensare che la diffusione di questo vernacolo abbia conosciuto una maggiore diffusione nella seconda metà del 1900. 

Dopo la Seconda guerra mondiale ed il primo periodo post bellico, caratterizzato da crisi economiche; vi fu una ripresa generale dell’economia. Una ripresa demografica ed un massiccio spostamento della popolazione, dalle campagne alle città. Le figure familiari più anziane, nonne e zie, iniziano ad approcciarsi ai nipoti (come anche ai figli) con modi più moderni rispetto a quelli usati nella società prevalentemente agricola della prima metà del XX secolo. 

Si inizia a dare del “tu” alla nonna, mentre poco prima le si dava del “voi”. La formalità lascia posto all’informalità e questa è sempre terreno fertile a discorsi e confronti non tabuizzati o celanti segreti. 

È proprio in questo clima che si ha una diffusione maggiore del termine; prima solo per persone ristrette, in quanto avvertito come qualcosa di magico e di esclusivo; ora, sulla bocca di tutti. 

Chiaro come si sia succeduta la diffusione, ora è da analizzare a cosa si deve il cambiamento semantico. 

Dagli anni ‘90 la sociolinguistica (branca della linguistica che studia la lingua in rapporto alla società) si è interessata alla lingua dei giovanu. Una lingua particolare, fatta di termini di nuovo conio o risemantizzazioni lessicali. I giovani, anche nel linguaggio, sono molto più innovatori dei loro genitori o nonni; prendono in prestito da altri dialetti, da altre lingue dei termini (cd. Prestiti linguistici) e ne fanno propri, “storpiando”, passatemi il termine, anche il significato originario. Certamente, nel caso di ‘nciarmo, non è passato direttamente da anziani a giovani repentinamente, ma si è avuta la mediazione dei genitori; che hanno introdotto man mano questo termine, adoprandolo più spesso nelle conversazioni familiari.

Se nel tardo Novecento già si avvertiva un piccolo cambiamento semantico di ‘nciarmo (qui come broglio); aveva pur sempre qualcosa in comune con lo ‘nciarmo di inizio secolo; ossia qualcosa di misterioso, di occulto.

Inizi del Duemila, invece, si ha un cambiamento totale; facendo diventare il vernacolo campano non più una pratica magica-curativa, ma una pratica culinaria o artistica.

 

BIBLIOGRAFIA

Borrelli, N., Scongiuri in Terra di Lavoro, in Archivio per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane, vol. 6, 1936. Digitalizzato; vd. http://digitale.bnc.roma.sbn.it/tecadigitale/giornale/RML0027127/1936/unico/00000050 (consultato il 18 aprile 2021)

Graf, F., La magia nel mondo antico, Editori Laterza, ed. 1995 (ristampa italiana).

One thought on “EVOLUZIONE SEMANTICA DI UN VERNACOLO CAMPANO: ‘NCIARMO.”

  1. Questo è un ottimo raccomandazioni! Ho molto
    apprezzato questo articolo.

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