Nazisti e obiettori nel carcere di Gaeta. Il lavoro dello storico nella ricostruzione della verità - nicolaancora.it

Nazisti e obiettori nel carcere di Gaeta. Il lavoro dello storico nella ricostruzione della verità

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Tempo di lettura 4 minuti

Il graffito è stato per diverso tempo una fonte trascurata. È da qualche decennio che la storiografia contemporanea sta dando la giusta importanza a iscrizioni, eseguite a sgraffio, su pareti, rocce e qualsiasi altra superficie dura. 

Graffito, infatti, deriva da graffiare. Venivano usate punte acuminate o oggetti appuntiti. Il dizionario di De Mauro, data la parola al 1550 e, con questo termine, sta ad indicare anche opere di street art eseguite non più con graffi, ma anche con bombolette spray. 

Già nel XIX secolo si avvertiva l’importanza di queste testimonianze storiche; il padre, si può dire, è stato Cesare Lombroso; antropologo che, attraverso l’esame di queste iscrizioni, avrebbe voluto confermare o, quantomeno, far capire ad un pubblico di lettori più ampio, come le degenerazioni morali procedessero pari passo con quelle fisiche e anche comportamentali. L’uso di graffiare sulle pareti delle celle e di lasciare la loro testimonianza, per l’antropologo veronese, significava un parallelismo certo con i primi uomini e con il loro rappresentare sulle pareti delle grotte pensieri, immagini e temi. Scritture criminali erano chiamate e proprio il Lombroso raccolse in un’opera “monumentale” tutte le scritte, i pensieri, temi iconografici più riprese da chi era rinchiuso nelle carceri.

Oggi, lo storico, inventaria, analizza e soprattutto fa di questa fonte una ricostruzione storica non solo della persona, del detenuto rinchiuso, con il suo passato e le sue preoccupazioni, ma anche delle condizioni nelle quali le carceri stavano, la loro disciplina e tutto ciò che concerne l’ambiente detentivo in toto. 

Si possono trovare facilmente nelle celle, nelle prigioni, dal periodo medievale in poi, anche i nomi di chi era detenuto o quelli dei loro confratelli di pena; il più delle volte sono visibili ad occhio nudo, altre volte, invece, ci vuole un vero e proprio lavoro di raschiatura e pulitura delle pareti. È stato dimostrato come gli strati di intonaco, che nel tempo, vengono sovrapposti ai precedenti, salvaguardino le scritture e ciò che i detenuti lasciavano ai posteri. 

L’intonacatura nei dormitori in comune delle carceri era una prassi atta al non far diffondere pestilenze, epidemie e a tenere un ambiente sempre più salubre e pulito o, come nel caso del lavoro fatto a Gaeta, per occultare ciò che i detenuti avrebbero voluto far conoscere. Quando i prigionieri disponevano di utensili o materiale cartaceo per scrivere non avrebbero avuto bisogno di improvvisare e utilizzare mezzi di fortuna per esternare i propri pensieri. 

Sin dal periodo medievale chi non avesse avuto a disposizione grafite o qualsiasi altro strumento, avrebbe utilizzato altri espedienti come il nerofumo, le catene, fare solchi sulla sabbia delle celle o graffiare con le unghie vicino le pareti. 

Il Lombroso, per esempio, ci parla anche di ricami fatti sulle vesti dei detenuti e avvertiva che contrariamente a quanto fosse comune pensare, il carcere non era un ambiente silenzioso, muto, ma, al contrario, un vero e proprio laboratorio di scrittura. 

Il reclusorio militare di Gaeta, operativo dal 1915 a seguire, è stato un carcere ove il rigore e la certezza della pena non erano messi in dubbio. Nato sulle ceneri del bagno penale (com’erano chiamati i penitenziari marittimi del XIX secolo), nulla cambiò o venne cambiato nella struttura ottocentesca; si fece un riutilizzo totale della struttura. 

Ci troviamo all’interno di un vecchio castello medievale di epoca Angioina e di circa settemila metri quadri. Dal medioevo a seguire non era raro che nei castelli fossero ricavate delle prigioni o qualsivoglia luogo di tortura e detenzione.

Il bagno penale (d’ora in poi b.p.) della città pontina nacque sul finire del 1700 e inizio 1800 quando, come stava accadendo in tutti gli altri Stati pre-unitari, alle galee si andavano sostituendo i primi battelli a vapore. Le galee o galere erano imbarcazioni in legno, principalmente da guerra, chiamate cosi per la loro particolare forma; il rostro le faceva somigliare a dei pesci spada. Prima che il progresso soppiantasse vecchie consuetudini; il vero motore di questi “legni” erano le braccia di chi remava; i galeotti. Il galeotto era una persona che, destinato alla forca, vedeva commutata la sua pena in quella ad trireme; ai remi. Nel Regno delle Due Sicilie erano conosciuti come gli sforcati; gli scampati alla forca. 

Oggigiorno il termine è usato più di rado e in senso dispregiativo per chi è rinchiuso nelle strutture penitenziarie. Inizialmente il b.p. di Gaeta e di tutte le altre città marinare aveva a funzione di ospitare, nelle rientranze di antichi castelli o porticcioli, le imbarcazioni quando il mare non permetteva di salpare. Con la Rivoluzione Industriale e, quindi, un ammodernamento delle vecchie galee, il b.p., come istituzione, vide commutare il suo uso in un vero e proprio luogo di detenzione e svolgimento dei cosiddetti duri lavori. Non più galeotto, ma forzato era chiamato chi, dal finire del 1700 alla fine del 1800 (con la soppressione del bagno penale; L. Zanardelli), eseguiva mansioni dure a carico del governo o di appaltatori privati in vecchi castelli o monasteri.

Il lavoro portato avanti all’interno del castello Angioino, sede del b.p., prima e del reclusorio militare, dopo, fino al 1990, ha portato in luce delle verità alquanto scomode e che avrebbero voluto occultare chi sapeva. Gli “ospiti” di Gaeta erano per la maggior parte obiettori di coscienza, che rifiutando di indossare la divisa e di non prestare servizio militare venivano arrestati, condannati per insubordinazione, anarchici e addirittura due nazisti; Herbert Kappler e Walter Reder; entrambi conosciuti per essere stati mandanti di cruenti stragi in Italia. 

Seppur rinchiusi per diversi decenni, il loro trattamento era privilegiato; avevano attendenti, cibo a volontà, ampie stanze, strumenti musicali, librerie, vista mare e colloqui frequenti. I due disponevano inoltre di un terrazzino privato, solo per loro, ove facevano “l’ora d’aria”.

Nei locali delle celle di punizione ottocentesche ho ritrovato delle iscrizioni, dei graffiti, ripuliti da strati di intonaco, inventariati fotograficamente e analizzati che parlano di come gli ambienti in questione siano stati utilizzati oltre il periodo massimo di utilizzo (1889) per quei tanti obiettori che venivano rinchiusi a Gaeta. Lo studio, recentemente pubblicato con il titolo “Il Bagno Penale di Gaeta; origine, uso e riuso” per Alribelli edizioni, mette in luce non solo il trattamento privilegiato dei due nazisti, ma anche le dure condizioni alle quali sottostavano i tanti che erano rinchiusi nelle celle borboniche; letto e cuscino in pietra, bugliolo o vaso da notte per i loro bisogni, catena legata al puntale, nessun filtro di luce. Iscrizioni quali “pane ed acqua” sono datate ben oltre il 1960, quando i due nazisti, invece godevano dei massimi trattamenti di favore; ma questa è un’altra storia.

Dettagli. Incisione sul letto in pietra del nome di un detenuto rinchiuso nelle celle ottocentesche nel 1949

2 thoughts on “Nazisti e obiettori nel carcere di Gaeta. Il lavoro dello storico nella ricostruzione della verità”

  1. Carrozzini Renzo says:

    Trovo molto interessante questo accurato lavoro di ricerca. Certamente il recluso cercava di lasciare tracce di sé e del proprio vissuto per vari motivi.
    Per protesta, per malinconia, per lasciare una traccia-ricordo di sé, per non rompere il sottile filo comunicativo con il mondo. Argomento molto interessante ed emozionante.

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