Il caso Mario Luca Carrozzini. Intrighi e sequestri negli anni di Truman. - nicolaancora.it

Il caso Mario Luca Carrozzini. Intrighi e sequestri negli anni di Truman.

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Luca, nome di battaglia di Mario Carrozzini. Sottufficiale dell’esercito italiano, lo lasciò ben presto, insieme a altri 700 mila soldati che rifiutarono di passare alla neonata Repubblica di Salò; trattavasi di un vero e proprio governo fantoccio, guidato da Mussolini, operante nel nord Italia.

Iniziò la sua nuova carriera da partigiano nella Val di Non; ad aiutarlo fu sua moglie Livia. Subito dopo la fine della guerra, iniziò a lavorare nella provincia di Trento, nell’UNRRA con la mansione di distribuire e aiutare chi aveva perso tutto, in quegli anni di guerra. Gli aiuti provenivano da oltreoceano, direttamente dal Piano Marshall.

Mario e sua moglie Livia negli anni ’60.

Era conosciuto in Trentino e, anche dopo il conflitto, rimase iscritto al PCI, diventandone anche un dirigente.

Su di lui i nazisti misero una taglia, durante l’occupazione; arrivarono anche a circondare la casa dove, Mario, viveva insieme a sua moglie e i suoi figli. Ad ogni angolo piazzarono dei mitragliatori ed erano circa una trentina di uomini, come il figlio Renzo Luca scrive nel suo libro. Era quasi alba. Gli anfibi si sentono, anche le urla di comando di un ufficiale tedesco. Mario fa giusto in tempo a nascondersi nel sottoscala. Chiedono dove si sia nascosto, la moglie dice di non vederlo da tempo e di sapere che è fuori regione. I nazisti la sequestrano per diversi giorni, la scherniscono, la segregano, ma lei non cede. Era il 1944.

Quattro anni dopo, quando l’Italia si apprestava a rinascere dalle macerie, Mario, Livia e i suoi figli (tra i quali anche Renzo, che ho avuto il piacere di intervistare e leggere il suo libro) tornavano a casa da una serata di festa; era il giorno di Carnevale. Nel suo libro, a metà tra diario personale e storia contemporanea, racconta minuziosamente il freddo, il paesaggio e la strada dove, in un battibaleno, una potente deflagrazione colpì l’auto sulla quale viaggiavano. Il sangue iniziava a scorrere dalla gamba della madre, seguì lo svenimento.

Renzo (il figlio) e sua sorella Rosanna si accovacciano e si tappano le orecchie (tutto ciò li faceva ripiombare negli anni della guerra). Vedono un uomo scappare. Si trattava di un attentato.

Erano gli anni della Dottrina Truman, erano gli anni della Guerra Fredda, della nascita di due blocchi di pensiero e politici; quello americano e quello sovietico. In Trentino, come anche in altre regioni d’Italia, iniziò una vera e propria caccia ai comunisti; complici anche le pressioni americane di quel periodo sull’Italia. Non si scoprì mai chi fu il mandante.

Riconoscimento al valore

Dicembre 1949, precisamente il 17; due uomini bussano alla porta di casa, Renzo è fuori e ci descrive questo momento davvero oculatamente. Entrano. All’uscita, sono in tre, in mezzo c’è anche suo padre Mario. Il figlio immaginava che qualcosa non andava, entrò in casa e domandando alla madre cosa fosse successo, capì che si trattò di una faccenda da risvolti seri e oscuri. Seppe solo che erano due questurini e che lo avrebbero portato in commissariato per accertamenti sul suo conto.

In quegli anni Mario, dopo il passato da capitano partigiano (insignito con una medaglia d’argento), era molto attivo in politica e, come scritto poc’anzi, era un dirigente del PCI trentino. Avrebbero dovuto essere solo cinque minuti; passarono quasi cinque anni da quando il figlio Renzo lo vide per l’ultima volta.

Tessera ANPI di Mario Carrozzini

Le prime notizie sul conto del padre, la famiglia, le vennero a sapere dopo Pasqua grazie alle pressioni di avvocati e conoscenti. Le attinsero al Ministero degli Interni. Le accuse mossegli, che poi si sarebbero rivelate infondate, erano di essere una spia a servizio della Polonia; stato satellite dell’Unione Sovietica. Come il figlio, successivamente, scriverà nel suo libro: “quali notizie della Val di Non avrebbe mai potuto passare mio padre alla Polonia ?”.

Il rapimento, che Renzo definisce di Stato, può essere capito solo se inscritto nella cornice storica e temporale del Secondo dopoguerra e anni della Guerra Fredda.

Mario fu rinchiuso prima a San Vittore, poi a Regina Coeli, Forte Boccea e, infine, nel carcere militare di Gaeta, dove stette circa due anni, fino alla grazie ricevuta dal Presidente della Repubblica. Le sue condizioni fisiche erano sempre più precarie, non riusciva a capire il perché di quella situazione; il perché di tanto accanimento contro una persona che contribuì alla liberazione nazifascista dell’Italia.

Il figlio Renzo incontrò suo padre per la prima volta, dopo il rapimento, nel luglio 1954. Il viaggio da Trento a Gaeta assume, nel suo libro. i tipici connotati di un romanzo storico e autobiografico.

Ricorda ancora l’albergo ove, insieme a sua madre e sua sorella, pernottò; albergo Mirasole che, ironia della sorte, era lo stesso ove Annaliese Walther Wenger amava alloggiare quando andava a trovare suo marito. Non era una principessa che andava a trovare suo marito nel castello Angioino Aragonese, ma la moglie di un boia; Herbert Kappler, comandante della polizia di sicurezza (SD) e specializzata in spionaggio delle polizie estere e nella lotta antipartigiana.

“Due giorni dopo prima della sua liberazione, prima di lasciare Gaeta, gli dissero che si era trattato di un errore giudiziario”, come scrive Renzo nella sua monografia.

Uscì, incensurato, il 23 novembre 1954.

 

BIBLIOGRAFIA

Carrozzini, R. L., Domani? Forse!, Edizioni Osiride, Rovereto, 2018.

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