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Da via Tasso alle Cave Ardeatine.

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Herbert Kappler aveva studiato matematica e fisica in un istituto industriale di Stoccarda; sua città natale. Ambizioso, carrierista, amava la musica, la filosofia, Julius Evola e le MS che fumava durante la sua detenzione nel carcere militare di Gaeta. Si definiva un amante di tutto ciò che è vita, nell’intervista rilasciata ai microfoni di TV7, e, per questo, nella sua abitazione-cella costruì due acquari con pesci tropicali.

Gli si rimproverava che allevasse murene, ma, a sua detta, erano solo simpatici pesci colorati. Scriveva tanto, tantissimo, tant’è vero che chi camminava lungo gli spalti dell’ex castello Angioino, reclusorio nel 1900, ricorda ancora quel rumore di tasti giorno e notte. Erano lettere che scriveva a nobildonne tedesche, italiane e austriache. Non si sporcava le mani di inchiostro; quel nero che lo avrebbe potuto unire agli ultimi messaggi scritti dai morituri nelle Cave Ardeatine, quel 24 marzo 1944.

Era primavera, le biciclette nella Roma occupata (dopo l’8 settembre 1943) non potevano circolare; il rischio di attentati ai danni degli occupanti teutonici era alto. Vigeva il coprifuoco. La sede diplomatica tedesca stava a Villa Wolkonsky. Lì iniziò la sua carriera romana il Kappler. Promosso tenente colonnello dopo il suo notevole apporto nella liberazione di Mussolini da Campo Imperatore; insieme a Malzer (definito il Re di Roma) faceva e fece tremare tutta Roma.

Si definiva un valoroso soldato che ha sempre rispettato gli ordini dall’alto e che se qualche volta li ha compromessi è stato per salvare delle persone; come il sequestro di 50 kg ai danni della comunità israelitica di Roma. Il dott. Ugo Foà, vistosi convocare nell’ufficio del Kappler, dovette scegliere; o l’oro o la deportazione. 36 ore di tempo per decidere.

Alla fine, la bilancia meccanica da 5 kg fece dieci volte il giro della freccia. L’oro serviva, come il Kappler più tardi depose davanti ai giudici militari del Tribunale, a Kaltenbrunner (diventato nuovo capo dell’SD; la polizia di sicurezza delle SS). Nonostante ciò la deportazione degli ebrei romani ci fu.

La strage alle Ardeatine, gestita dal colonnello, come la seconda moglie amava chiamarlo, era anch’essa l’esecuzione di un ordine dato dall’alto; addirittura, come avrebbe deposto Kesserling, da Hitler. Certamente, sia Malzer che il Fuhrer andarono su tutte le furie appena appresero che 32, la mattina successiva 33, uomini dell’armata teutonica a Roma fossero stati uccisi.

L’attentato dinamitardo a via Rasella, il 23 marzo 1944, costò la vita a uomini che, ogni pomeriggio verso le 14, marciavano per le strade di Roma. Tutti cinquantenni, appartenenti al battaglione Bozen, tutti del Sud Tirolo, che venne incorporato nel Reich. A comandarlo vi era Dobrick. Gli esecutori erano membri del G.A.P. (Gruppo di Azione Patriottica).

Tutti nomi noti quelli che presero parte ad una vera e propria azione bellica nei confronti di chi ridusse Roma ad una città affamata, a una città disperata. Rosario Bentivegna, aiutato da Carla Capponi, vestito da spazzino trainò il carretto con tritolo all’interno. L’attentato avrebbe dovuto aver luogo alle 14, la solita ora di passaggio dei tirolesi; quel giorno, in una Roma “presa” dai festeggiamenti per l’anniversario dei Fasci, tardarono, ma la deflagrazione ci fu. L’esplosione fu così forte che l’onda d’urto colpì un pullman poco distante. Dall’alto, a completare il tutto, vennero lanciate delle bombe modello Brixia.

Secondo il regolamento militare nazista, nel rispondere alle offese avrebbero dovuto farlo gli offesi; non i militari, ma la polizia. Dobrick avrebbe dovuto eseguire l’azione di “rappresaglia”, ma si rifiutò di utilizzare i suoi uomini. Erano tutti di una certa età e molto cattolici. Qualcuno, dunque, si tirò indietro.

Il Kappler invece no, accettò l’ordine e si mise subito alla ricerca dei toteskandidaten (i condannati a morte). La proporzione era di 10 uomini ogni tedesco ucciso; si vociferava che addirittura Hitler, in quell’occasione, avrebbe voluto ucciderne 30-40 per ogni soldato, avrebbe voluto far evacuare Roma con una deportazione di uomini, dai 18 ai 65 anni, verso il nord Italia e far saltare l’intero quartiere in aria, come fu fatto in Francia, con tutte le persone dentro.

Alla fine i toteskandidaten erano i degni di morte; questi, così definiti, erano gli ostaggi nelle mani dei nazisti. La maggior parte di loro erano detenuti politici, ebrei, detenuti comuni o militari che non presero parte alla Repubblica di Salò e provenivano dallo stabile a via Tasso, n.155 (adibito a prigione), come anche la pensione Iaccarino. Cucine, camere, stanze vennero adibite a celle. Torture di ogni tipo.

Alle 14 del 24 marzo 1944 centinaia di loro, insieme ad altri detenuti del carcere di Regina Coeli, vennero caricati su dei camion e portati nella periferia di Roma.

Vicino a delle catacombe di martiri cristiani c’erano delle cave dove quel pomeriggio, a cinque a cinque, vennero ammassati i corpi di chi, con un colpo al cervelletto, cadeva legato. A loro non fu dato neanche un ultimo conforto religioso; Kappler sostenne che sarebbe stato doloroso per loro lasciare il cappellano militare. C’era un sacerdote, però. Il suo nome era don Pietro Pappagallo, soprannominato dai nazisti come un prete comunista.

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