Nuovi ritrovamenti all’interno di una delle torri del castello Angioino di Gaeta - nicolaancora.it

Nuovi ritrovamenti all’interno di una delle torri del castello Angioino di Gaeta

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Tempo di lettura 3 minuti

Di Nicola Ancora

Torre dalla cupola rossa; così era chiamata dai militi e detenuti di stanza al castello Angioino di Gaeta.

Perché questo nome ?

Oggi sembra ormai sbiadito da qualsiasi prospettiva si veda, soprattutto da m.te Orlando da dove la vista sul vecchio forte è sempre stata suggestiva e dove, per tanti anni, la futura consorte di Herbert Kappler bivaccava; con la speranza di incrociare, a colpi di cannocchiale, lo sguardo del suo “colonnello”, come amava definirlo.

Salendo sul passeggio perimetrale, oggi in gran parte visitabile in determinati periodi, si può ben notare una copertura sintetica di color porpora, ormai perso quasi del tutto. Rispetto alle altre torri, ad eccezione di quella Alfonsina (castello Aragonese), è l’unica che presenta una cupola nella parte Angioina.

Le altre, come quella cosiddetta postazione aereo, avevano delle garitte (termine militare con il quale si indicavano delle cabine in vetro) per il corpo di guardia.

Nel periodo che va dal 1948 al 1984, gran parte della vita del reclusorio, chi svolgeva servizio nella parte superiore era addestrato e preparato ad ogni evenienza; sapendo che una fuga dei nazisti non era del tutto improbabile.

L’interno

La torre con la cupola rossa si trova nella parte sud-est del castello. Si sviluppa su tre piani; il piano terra coincide con la base e scale in pietra che conducono al primo piano. Qui si trovava quel che molti ex militari sostengono sia la cella di Giuseppe Mazzini. Questi fu portato nel carcere di Gaeta nel lontano 1870 ed è proprio lì che apprese la notizia dell’episodio diventato famoso come la “Breccia di Porta Pia”; tutto bello se non fosse che nella torre Alfonsina dell’ala Aragonese (oggi sede della scuola nautica della Guardia di Finanza) c’è un ambiente con tanto di arredo che è definita cella di Mazzini.

Sullo stesso piano, in corrispondenza della cella di Mazzini (oggi si presenta come una stanza spoglia, con una lampadina e alcune iscrizioni risalenti al 1970) si trovava l’accesso, oggi murato, ai sotterranei del castello. La sagoma di quell’apertura è visibile ad occhio nudo; qualche gradino sfalsato, circa sei ne erano, una porta di ferro da aprire e un lungo corridoio (800 metri; secondo le testimonianze di chi l’ha percorso) che porterebbe fino alla caserma Cialdini (in vicinanza del castello e del torrione Francese).

Il secondo piano, che coincide con l’interno della cupola, era un oratorio del XIX secolo.

Da raccoglimento a raccolta

Ogni qualvolta si entra, si rimane meravigliati dalla bellezza degli affreschi, dai colori e dal gioco di luci che il mare regala, sfiorando le grate metalliche delle finestre. Alzando la testa in direzione dell’ingresso, dato da un cancello in ferro, si nota l’affresco di una porta ad arco;  chiusa e di un colore sul giallo/arancio.

Al centro della cupola; una colomba che incarna lo Spirito Santo. L’iconologia della porta ha un significato molto profondo; sin dalle origini la funzione della porta è stata quella di separare l’interno dall’esterno e viceversa. In tema religioso il portale assume la sacralità. Entrare in una chiesa ha sempre un valore di iniziazione, di confine. Non a caso le chiese sono sempre state luogo di asilo e rifugio. La solennità è parte stessa del portale.

Tutta questa sacralità, con il XX secolo venne meno; non sapendo cosa farne di tanta bellezza e religiosità si pensò “bene” di utilizzare quel luogo di raccoglimento in raccolta di indumenti vestiari; un magazzino dove venivano raccolti indumenti militari caricati in un montacarichi di cui oggi rimangono solo le porte esterne.

Ritrovamento eccezionale

Il ritrovamento in questione si pone all’interno di lunghe e minuziose ricerche svolte dallo scrivente, Nicola Ancora, nel castello Angioino di Gaeta, durante 200 ore di stage per un Corso di Alta Formazione di educazione al patrimonio e comunicazione museale promosso dall’Università di Cassino.

Il caso ha voluto che, dopo anni nascosto da strati di intonaco, ormai raccolti in mucchi sul pavimento, venisse fuori un disegno, un prospetto architettonico raffigurante un arco trionfale.

Ripreso sull’intonaco liscio della cappella in fase di realizzazione sembra essere un cartone (termine tecnico per indicare uno studio preparatorio di affreschi) che, nel progetto iniziale, avrebbe visto al posto della porta ad arco (in foto; di colore che va tra il giallo e il marrone), un vero e proprio arco trionfale per enfatizzare, sottolineare l’importanza del passaggio dall’esterno all’interno dell’ambiente; letto in chiave religiosa, dal sacro al profano.

L’affresco dell’arco trionfale al posto dell’attuale porta ad arco avrebbe influito sulla salvaguardia del luogo ?

 

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