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Da via Rasella a via salita Angioina.

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Tempo di lettura 3 minuti

Di Nicola Ancora

L’origine della toponomastica di Gaeta molti la fanno risalire addirittura al mito; L’Eneide di Virgilio. Secondo l’autore, Caieta, nutrice del leggendario Enea, fu seppellita nella città pontina.

La storia di questa città marinara si perde nel tempo, subisce diverse dominazioni; l’ultima fu quella tedesca, dal 1943 al 1944 quando, l’Italia tutta, dovette subire le angherie e la crudeltà delle camicie brune; il prezzo più alto lo pagò Roma, dove ben si può ricordare l’eccidio avvenuto alle Fosse Ardeatine. I morti furono 335 e nessuno di loro aveva una colpa; forse l’unica era di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato o, addirittura, di trovarsi nelle “patrie galere” romane.

L’organizzazione di quella che i teutonici continuavano a chiamare, nei processi, legittima rappresaglia fu affidata ad Herbert Kappler, comandante della polizia tedesca a Roma e promosso tenente-colonnello dopo il settembre 1943. La proporzione era di 10 italiani per ogni tedesco morto in via Rasella quel 23 marzo 1944.

Il gruppo di azione patriottica (G.A.P.) per dare una risposta concreta a quella dominazione ingiustificata e alla barbarie nazista nella città eterna, attaccarono, con un attentato dinamitardo, diversi militi del battaglione Bozen. Questi provenivano dall’odierno Trentino Alto Adige; erano quasi tutti sulla cinquantina e il loro compito era, oltre quello di incutere terrore nella popolazione con le loro marce; anche quella di ostacolare l’avanzata partigiana.

Gli esplosivi vennero messi all’interno di un recipiente della nettezza urbana. Ad avvenuta esplosione, dall’alto avrebbero dovute essere lanciate delle bombe a mano; avrebbe finito il tutto una sparatoria da ambo le parti; così andò a finire. L’episodio sconvolse così tanto i vertici nazisti che, alcuni come il generale Malzer, avrebbe voluto far saltare l’intero quartiere in aria.

Il giorno successivo, 24 marzo, la risposta ci fu; molti detenuti per ideologie politiche, di “razza” e diversi italiani furono condotti a gruppi, anche in camion frigo, in una località alle porte di Roma. Le cave, individuate da un luogotenente di Kappler e dal genio militare erano adatte per una strage del genere; con l’esplosione e la caduta dell’ingresso il tutto sarebbe stato occultato e nascosto alla comunità cittadina romana e italiana tutta. Così proprio non fu; diversi notarono, anche un pastore, questo via vai nella tarda mattinata di quel giorno primaverile; si iniziò a sospettare.

Con il passare dei giorni, il tanfo era tanto. L’ordine dato da Herbert Kappler fu quello di sparare in prossimità della nuca un colpo secco. Le mani dei morituri avrebbero dovute essere legate con un filo e, a gruppi di cinque, uccisi. Anche questo episodio, ideato e progettato da folli di Stato, passò alla storia.

Quando la popolazione seppe, quando arrivarono a scavare, quando videro quei tre strati cadaverici, si cercò almeno di dare una degna sepoltura a quelle persone. Il riconoscimento non fu semplice, alcuni corpi già erano in avanzato stato di decomposizione. Si ricorse al prelievo di oggetti personali. Si trovarono anche bigliettini, appoggiati sui corpi, scritti con matite di contrabbando. Gianfranco Padula nel suo libro descrive come, assumendo anche la veste di storiografo ucronico, la matita abbia salvato la memoria; se solo quelle parole fossero state scritte con l’inchiostro, i liquidi e la putrefazione ne avrebbero compromesso la leggibilità.

Uno spaccato di quanto riassunto, nelle righe precedenti, ce lo dà anche un artista in campo pittorico del secolo breve; Renato Guttuso. Un olio su tela ha espresso e manifestato bene quel che accadde. I corpi dinamici riflettono la velocità nell’eseguire gli ordini. La luce delle torce per illuminare, i colori delle uniformi tedesche, il rosso sangue.

Nella sua deposizione davanti alla Corte militare, Kappler ammise di aver ucciso anche lui all’interno, ma lo fece per dimostrare che un soldato del Terzo Reich non avrebbe dovuto aver paura.

Tolse la pistola ad un suo subordinato, che si rifiutava di sparare, e lo fece lui in prima persona. Agli esecutori venne anche dato del whisky, dell’alcool per stordirli e renderli più “euforici” nella mattanza. Quest’ultimo particolare il Kappler, nella deposizione, non lo confermò; come ancora oggi molti tendono a nascondere i privilegi che vennero concessi ai due nel carcere di Gaeta (oltre al poc’anzi citato, nel reclusorio militare era rinchiuso anche Walter Reder).

 

One thought on “Da via Rasella a via salita Angioina.”

  1. Thomas Corke says:

    Having read this I thought it was rather informative.

    I appreciate you spending some time and energy to put this
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    I once again find myself spending a lot of time both reading and commenting.

    But so what, it was still worth it!

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