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Il carcere di Gaeta nel XIX secolo

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Era il terrore per tutti quei militari che, dai 19 ai 24 anni, avrebbero dovuto svolgere il servizio di leva obbligatorio; tant’è vero che la minaccia era chiara; “Ti sbatto a Gaeta”. Sentirselo dire oggi ha tutt’altro suono. La storia del carcere di Gaeta è antica, più di quanto si pensi. Esisteva già nel 1800 un carcere, anche se con regolamenti e popolazione carceraria differente; non si trattava di militari, bensì di civili.

Anche il nome era diverso; bagno penale. Elementi in comune tra i due periodi sono, invece, l’architettura e l’ubicazione. Entrambi ricavati all’interno di un castello medievale, di epoca Angioina. Molti di voi staranno pensando; un carcere dentro un castello, che bello ! Non era proprio così. Si parla infatti di una struttura di circa 14 mila mq, metà Angioina e metà Aragonese. Il bagno penale e il successivo reclusorio sono stati ricavati nella parte francese. Vivere come detenuto in un castello non aveva privilegi, ma solo conseguenze; la tanta umidità, la difficoltà di riscaldare grandi ambienti e la scarsa pulizia che ne derivava.

Andiamo con ordine. Fine 1700; l’Unità d’Italia ancora non è stata fatta. La penisola è data dalla frammentarietà degli Stati preunitari. Ognuno di questi provvedeva alla propria difesa, magari collaborando con altri, e anche alla detenzione dei prigionieri.

Fino ad allora con bagno penale (d’ora in poi abbreviato con b.) si intendevano darsene, rientri delle coste, vecchi porticcioli anche al di sotto di fortezze ove le galere, imbarcazioni medievali, potevano attraccare per le più svariate ragioni. Capitava, infatti, che quando il mare era in tempesta e le onde alte; la ciurma, composta da galeotti/aguzzini/comiti e sotto-comiti, per non rischiare veniva fatta scendere in questi locali costruiti o rimaneggiati ad-hoc come ricovero.

La denominazione stessa di b. allude alla caratteristica umida di questi luoghi; penale, perché si trattava di luoghi ove di certo non erano alloggiati re e regine, ma i galeotti. Parte manuale delle galere (il cui nome si perde nell’etimologia greca con il significato di pesce spada; queste imbarcazioni medievali, con il rostro nella parte finale, assumevano tale sembianza), erano  prigionieri che, vedutisi commutare la pena capitale in quella ad triremes, si rendevano utili alla società in questo modo.

Di galeotti ne scesero sicuramente in tanti nel b. di Gaeta, ricavato nelle rientranze al di sotto del castello Angioino. Sul finire del  XVIII, quando vennero inventate le prime imbarcazioni a vapore e, di conseguenza, non c’era più bisogno di manovalanza servile; i b. da attracco e ricovero per la ciurma, divennero una vera e propria istituzione penitenziaria ove, i prigioni (come erano anche chiamati i detenuti, insieme all’altro termine, forzati) svolgevano lavori gravosi, a beneficio del Governo (borbonico, per la città marinara in questione) o di appaltatori privati.

Nel b. di Gaeta si arrivava anche ad una popolazione carceraria intorno agli 800 detenuti. Suddivisi nelle quattro camerate (dormitori in comune) svolgevano una vita comunitaria e, al contempo, anche lavorativa. Nel carcere ottocentesco c’era anche una cantina, ove potevano comprare con i propri soldi addirittura l’acquavite, oltre ad ogni sorta di “squisite vivande”.

Molte furono, difatti, le critiche mosse a questo stato di cose; alcolici in un luogo di pena! Una grande sala adibita a scuola, con una lavagna, qualche banco e poche sedie (così come è stata descritta dalle fonti); ove il maestro, spesso, veniva scelto tra gli stessi forzati.

L’ambiente più temuto della scuola, dell’infermeria e dei locali lavoro erano di certo le celle di isolamento. Letteralmente delle gattabuie, tre metri per tre, avevano un letto e cuscino in pietra, un vaso da notte e, per non finire, anche un puntale al quale erano legati con una catena attaccata alla cavigliera. Un trattamento a noi non contemporaneo, almeno fino al 1960 !

 

Bibliografia

Ancora, N., Il bagno penale di Gaeta, origine, uso e riuso, Ali Ribelli ed., Gaeta, 2021

 

2 thoughts on “Il carcere di Gaeta nel XIX secolo”

  1. Raffaella says:

    Grazie per averci presentato un pezzo di storia.

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